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SUMMARY:ELEGÌA DELLE COSE PERDUTE / WALZEN | evento annullato
DESCRIPTION:Evento annullato causa maltempo\nprogetto, regia e coreografia Stefano Mazzotta\ncreato con e interpretato da Amina Amici, Damien Camunez, Manuel Martin, Miriam Cinieri, Gabriel Beddoes, Alessio Rundeddu, Riccardo Micheletti\nin scena Alessia Mancino, Alessia Caradonna, Alice Boschini, Aurora Elena Lanza, Beatrice Biondi, Chiara Guarini, Federica Destefanis, Federica Siani, Giulia Mazzarino, Grazia Montelione, Irene Cardinali, Isabella Campiglia, Marika Di Remigio, Martina Delpiano, Noemi Piva, Riccardo Micheletti, Sara Chinetti, Silvia Di Monda e Veronica Daidone\nproduzione Zerogrammi\nEdizione speciale in forma ridotta dello spettacolo Elegìa delle cose perdute. In scena le 19 interpreti selezionate nell’ambito della Residenza Trampolino WALZEN, curata dal coreografo Stefano Mazzotta.\n\nElegìa delle cose perdute è una riscrittura dal romanzo I Poveri dello scrittore e storico portoghese Raul Brandao. Il paesaggio evocato da questo riferimento letterario, in bilico tra crudo, aspro, onirico e illusorio, ha la forma dell’esilio, della nostalgia, della tedesca sehnsucht, della memoria come materia che determina la traccia delle nostre radici e identità e, al contempo, la separazione da esse e il sentimento di esilio morale che ne scaturisce. I quadri che compongono la narrazione diventano la mappa di un viaggio nei luoghi (interiori) dei personaggi de I Poveri: figure derelitte e però goffe al limite del clownesco, accomunate dal medesimo sentimento di malinconica nostalgia e desiderio di riscatto. Lo spazio che intercorre tra l’osservatore e queste storie (e tra queste storie e il sogno condiviso cui tendono) è una lontananza dal sapore leopardiano, la misura di un finibusterrae che è senso di precarietà, di sospensione nel vuoto, una grottesca parata di figure in transito, come clown di un teatro popolare che fiorisce da un anelito comune, che non ha bisogno di orpelli per accadere, che si racconta ovunque, in un prato, in un vicolo, un cortile, un qualunque luogo di vita (M. Augé), una stazione di posta di fronte al giorno che finisce, con i suoi orizzonti, le sue lontananze, i desideri proiettati al domani e i punti di fuga. Corpi e paesaggio dialogano in questa elegìa del vuoto che rimane, si riconoscono in un desiderio comune, una capriola del pensiero, in un incedere che è vertigine, abbandono al tempo sospeso e ciclico di un valzer, forma di una tristezza nostalgica nel suo incedere ciclico e sospeso, che chiede di essere celebrata, attraversata, dentro un desiderio non già di possesso ma di appartenenza. Ed ecco che dentro questa logica di colpo svanisce ogni idea di miseria o povertà possibile, non esiste più niente che possa essere davvero perduto.\n\n
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