SAGA

di Marco D’Agostin
con 5 interpreti (in via di definizione)
musica Pablo Esbert Lilienfeld
luci Alessio Guerra
scenografia Paola Villani
drammaturgia Chiara Bersani
coach vocale Mélanie Pappenheim
movement coach Marta Ciappina
direzione tecnica Paolo Tizianel
promozione Damien Modolo
organizzazione Eleonora Cavallo
amministrazione Federica Giuliano
produzione VAN
co-produzione Rencontres chorégraphiques int. de Seine-Saint-Denis, Malraux – Scène nationale Chambéry Savoie, Torinodanza/Teatro Stabile di Torino, CCN Ballet de l’Opéra National du Rhin, Pôle-Sud CDCN Strasbourg
residenza vincitrice del bando AiR – Artisti in Residenza 2020

Le molteplici forme che la famiglia ha assunto nella storia del mondo mi commuovono per la loro fantasia: trasparenti come meduse o intricate come rovi, semplici come distese di sabbia o accidentali come pendii carsici. La prima cosa che ho scritto a riguardo di SAGA risale al 5 luglio 2014 e diceva: “La famiglia arriva sulla landa lentamente, i cinque uomini sono stretti gli uni agli altri. Sostano qui come un branco di piccoli animali a riposo.” La parentela: cos’è e cosa non è? di Marshall Sahlins, testo capitale dell’antropologia moderna, ci insegna che i legami familiari sono tutto tranne che naturali. Esistono infiniti dispositivi coi quali gli umani e gli animali si uniscono tra loro in assembramenti familiari. La famiglia è per me un modo di abitare il mondo assieme e dunque di danzarlo. La loro efficacia, la loro bellezza e la loro funzionalità sono per me delle danze. Io penso che il disegno coreografico sia un mezzo potente per guardare a cosa una famiglia può e non può essere oggi, in un momento in cui la parola “famiglia” è diffusamente usata e colonizzata per negare alcune possibilità e consacrarne delle altre. I cinque performer saranno di età simile proprio per questo: perché le famiglie che andranno ad evocare, incarnare e distruggere non sono quelle delle nostre biografie, ma tutte le famiglie possibili, anche quelle che non siamo ancora capaci di vedere e che un corpo sfrenato e danzante può immaginare. (Marco D’Agostin)
Siamo nel salone di un palazzo in cui sono sopravvissuti pochi oggetti (un tavolino di legno lì a sinistra, con 5 eleganti bicchieri e una brocca di cristallo; la cornice intarsiata di un grande quadro appesa lì sopra, opera della scenografa Paola Villani – all’interno nessun dipinto, un solo pannello grigio che si corrode, lentamente, nel tempo della performance). O forse invece in una radura innevata, o sul deserto di una qualche città siriana distrutta – la luce di Alessio Guerra terrà viva quest’ambiguità.
In questo luogo arrivano 5 persone. Sembrano poter percorrere lo spazio in una sola ostinata direzione: una diagonale, dal fondo verso il proscenio. Ogni volta che la percorrono è un’occasione per ritrovarsi, inventare una nuova forma dello stare; distendere, contrarre o far collassare il tempo in modo da diventare ogni volta tutte le famiglie di tutte le epoche di tutte le specie viventi; quando arrivano al capolinea si disfano, abbandonano la superficie del salone-radura e si disperdono ai margini, per ritrovarsi ancora una volta all’angolo lassù, e ricominciare questo gioco di bambini, questo rito di sciamani, questa corsa di cuccioli fuori dalla tana. Qualcuno si attarda al tavolino, beve un goccio d’acqua. Qualcun altro si distrae. Ma la diagonale li richiama, e di nuovo ripercorrono il loro tragitto, guardando la storia ora dall’alto ora dal basso, risvegliando in noi la meraviglia, la rabbia, la nostalgia che proveremmo sfogliando un mastodontico album di famiglia universale.
Le loro voci, intanto, come pronunciate da corde vocali non loro, riproducono lo stesso motivetto, una volta dopo l’altra, manipolandolo e trasformandolo di continuo: ci sembra di sentire ora il ritornello di una vecchia canzone, ora il boato di un terremoto, ora un’aria che era andata perduta, ora un canto sacro. Costruiscono la colonna sonora sulla quale danzano come un coro folle ma compatto, intrecciando l’emissione vocale al muoversi, aiutati dalla tessitura sonora che il musicista Pablo Esbert Lilienfeld giustapporrà dall’esterno.
Gli spettatori ad un certo punto avranno un chiaro presentimento: il destino di quei corpi è quello di distruggere la loro formazione collettiva, di guadagnarsi un’autonomia, di trasformare quel luogo in una landa infinitamente più grande, cupa, piena di stelle accese in cui esploderanno in una danza di ossa e sangue, una danza che ci faccia sentire fame di futuro.
Si scioglieranno nuovamente, l’uno nell’altro, infine, in una morbidezza delle carni che non avremo mai visto prima, sinuosi e malinconici e perfetti, sussurrandosi l’un altro i frammenti delle loro storie familiari, o di quelle dei loro amici, o di qualche antenato o alieno o pianta o sasso sconosciuto. Dal pubblico ne afferreremo qualche frammento, uno qui e uno lì, e i pezzi si ricomporranno l’uno accanto all’altro in modo casuale – ogni sera sarà diverso – consegnandoci un piccolo romanzo familiare coreografico. Un ultimo sguardo alla brocca d’acqua rovesciata, al quadro la cui tela è stata sbrindellata; cattureremo un’ultima parola, e poi sarà il buio.
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Data

30 Nov 2020 - 14 Dic 2020

Luogo

Lavanderia a Vapore
Collegno (TO)
Quello che ci muove

Stagione

Quello che ci muove