18 Giu 2021

Riscoprire la libertà attraverso i corpi

Conosco le ragazze e i ragazzi della quarta B liceo scientifico da molto tempo: fin dal primo anno. Avevano quattordici, quindici anni; ora sono maggiorenni, in gran parte. Le ho viste crescere, queste persone – letteralmente: ora mi superano in altezza (non che ci voglia molto). Le ho viste nei giorni grigi di settembre e ansia, di novembre e noia, di maggio e stress, di giugno e gioia. 

Le ho viste, forse meglio, proprio nella scorsa primavera, nei mesi del primo lockdown, della scuola a distanza, della sparizione dei corpi altrui. Loro si collegavano online; ma raramente accendevano la camera per mostrarsi. Come milioni di altri studenti e studentesse. Come io stesso avrei  forse fatto, se avessi potuto. Ma io le vedevo comunque, queste persone. 

Le vedevo perché avevo chiesto loro di scrivermi: di raccontarmi, settimana dopo settimana, il loro viaggio immobile nelle terre incognite della pandemia. E loro avevano accettato; parlandomi, come direbbe Dante, di cose “che ‘l tacere è bello, sì com’era ‘l parlar colà dov’era”.

In quello stesso periodo ha preso corpo il progetto i cui esiti sono appena stati sottoposti al vostro ascolto. Un lungo lavoro di preparazione, condotto, oserei dire, con ostinata fede. Tra sirene d’emergenza, quotidiani bollettini del contagio, dpcm notturni, aperitivi su Zoom e “ne usciremo migliori”.

In un mondo siffatto, parlare del ruolo delle arti; parlare di corpi, di partecipazione, di questioni di genere. Quando, si sa, sono ben altre, le priorità. Soprattutto, pro-gettare qualcosa (se stessi?)  in un futuro. 

Perché farlo? Direi anzitutto: non lo so. Ho seguito, d’istinto, credo, la silenziosa consonanza tra le scuole chiuse e i teatri vuoti.  

E poi no, forse una piccola risposta ce l’ho. È che si è parlato tanto della scuola: di quella a distanza, brutta ma inevitabile; e di quella in presenza, sì bella e perduta. Sperando di tornarvi quanto prima. Dando per scontato che fossero diverse.

E invece no: non sono così diverse. Come non c’è nessuna differenza profonda tra un libro dimenticato a casa o lasciato nella cartella, o lasciato chiuso sul banco, così non c’è poi così tanta differenza tra un corpo lontano o nella medesima stanza, se esso non viene messo al centro di una attenzione esplicita e se non viene dispiegato coscientemente nell’esperienza. 

Paradossalmente, questo anno e mezzo di scuola a distanza ci hanno consegnato, oltre a una maggior dimestichezza con i mezzi digitali (come vedete, abbiamo fatto una web-radio) un periodo di solitudine enormemente  vasto. Al punto che, possiamo dire, l’assenza si è fatta essenza: una pietra di inciampo, da cui ripartire. Non per tornare indietro, al passato; ma per muovere altrove, verso la riscoperta del suo opposto, ossia di ciò che abbiamo perduto, lungamente agognato, e mai davvero conosciuto: la presenza dei corpi. 

E se i corpi non sono meri oggetti, ma soggetti, dotati di vita, di desiderio, di spinta all’azione, la loro riscoperta è anche una riscoperta della libertà. E di libertà, qui – con il carico di rischio e responsabilità che comporta – ce n’è stata tanta. 

La libertà di farlo, questo progetto – e di ciò ringrazio Mara Loro, Doriana Crema e tutta la Lavanderia a Vapore.

La libertà, poi, di lasciarlo andare, affidandolo alle acute intelligenze di Salvo Lombardo, Viviana Gravano e Giulia Grechi: grazie anche a loro, per avermi consentito questa perdita di controllo – così difficile per un insegnante.     

Infine, la libertà che le studentesse e gli studenti hanno voluto e saputo insegnarsi nell’esplorare quest’altra terra incognita, ossia la realizzazione di questo progetto. Esso rispecchia cosa hanno voluto dire, e come hanno inteso farlo. 

Ringrazio queste persone perché in questi mesi, mentre le seguivo un po’ di nascosto, le ho viste imparare a misurarsi con l’ignoto – un apprendimento che riguarda anche me. Le ringrazio perché le ho viste crescere: non solo in altezza, ma anche, e soprattutto, in estensione. 

Prof. Alessandro Tollari

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