9 Set 2021

Stare nel corpo che danza come nuovo linguaggio per un futuro possibile

Nell’ambito del progetto DanzArte abbiamo proposto un processo di pedagogia corporea con l’obiettivo di condurre i fruitori del dispositivo in un’esperienza di senso completa, profonda e armonica. In questa fase è stato quindi fondamentale mantenere un focus molto chiaro sulla creazione di un’esperienza benefica e organica.

In quest’ottica ci siamo interrogate su quale potesse essere la modalità più armonica di accesso all’opera d’arte e alle posizioni che l’opera stessa suggerisce, ricercando movimenti che potessero trovare risonanza totale nella persona intesa come unità di mente e corpo. Abbiamo orientato quindi la ricerca verso un processo che potesse attivare nel corpo le risorse cinestesiche e sensoriali, immaginative ed emozionali, generando una grammatica gestuale che permettesse di andare oltre il codice della danza.

Sia la scelta delle opere da cui ricavare la linea di movimento che la ricerca del movimento stesso sono state orientate verso le qualità di essenzialità ed efficacia. In tutto il percorso abbiamo attinto dalla nostra esperienza di formatrici, fortemente influenzate dall’orientamento neuroscientifico, nuova frontiera della pedagogia. Abbiamo fatto riferimento ai profondi processi neuroestetici che portano all’armonizzazione delle forme e ad una strutturazione metacognitiva dei contenuti, integrando una parte relativa alla neurocezione e andando a creare un ambiente che potesse garantire un’azione in sicurezza (in questo caso specifico strettamente connesso alla kinesphera residua e potenziale di una persona anziana). 

Abbiamo lavorato immaginando e provando ad incarnare i corpi a cui ci rivolgeremo, proiettandoci in una dimensione di organicità del movimento e pensando al corpo non solo come somma delle parti ma come unità intenzionale, canale emotivo, simbolico e comunicativo. 

Ci siamo orientate nell’analisi per la costruzione delle partiture utilizzando anche la notazione Laban. Oltre agli effort di spazio, tempo e peso abbiamo convenuto che la ricerca del flusso nei movimenti fosse l’obiettivo principale della costruzione della partitura gestuale, che si compone di piccole parti che si sommano generando fluidità. Dalla posizione iniziale dell’opera il processo pedagogico trasmette elementi di direzione del corpo nello spazio orizzontale (destra, sinistra), verticale (alto e basso nella gestione del peso), sagittale (avanti e indietro gestione del tempo), tiene un focus su elementi anatomici come la postura della colonna vertebrale in relazione agli arti e alle articolazioni, la simmetria corporea, le spirali interne, la direzione dello sguardo che orienta e amplifica il movimento, le possibilità di controllo e rilascio del movimento, la tattilità, la coordinazione, la sincronicità , i cambi di posizione nella dinamica del movimento. Il delicato processo mnemonico è stimolato attraverso una ripetizione gentile delle posizioni per portare il fruitore all’esperienza  totale. 

Le opere analizzate sono quattro e l’esercizio aggiunge progressivamente elementi di difficoltà. Le sequenze non invitano solo ad incorporare posture fisiche eseguibili, ma narrano una storia veicolando emozioni e sensazioni. In questa direzione il movimento si fa portatore di una poetica e il gesto si carica di forza espressiva.

In questo processo il movimento non è esclusivamente pragmatico ma suggerisce uno spostamento di sguardo, indicando nuove prospettive, mettendo in risonanza le impressioni e le forme esterne con panorami interiori. I movimenti che i corpi attraverseranno sono semplici, gentili, lenti, orientati ad un punto di arrivo mai terminale. L’esperienza inoltre non sarà solo individuale ma collettiva e partecipata in modo da stimolare la curiosità, lo scambio, limitare l’ansia da prestazione attraverso un processo di condivisione e la creazione di una comunità danzante.

L’esperienza è in prima battuta visiva, con uno sguardo orientato alla visione e alla percezione prima delle forme. Successivamente si trasforma diventando esperienza somatica incarnata, entrando così in risonanza con l’affettività del gesto, con la bellezza, la grazia e al senso del sacro, contenuti che appartengono alle opere e che il corpo andrà ad incarnare. 

Il valore artistico risiede proprio in questa esperienza di risonanza che colloca il corpo non solo nel tempo e nello spazio (contingente) ma in una narrazione che arriva a sbriciolare coordinate spaziotemporali.

In questo modo il movimento che nella ripetizione fluida diventa danza, espressione diretta della persona (corpo e anima), gioca – nella sua forma più radicale e pura e non in quella della distinzione in generi – il proprio modo di darsi al mondo attraverso un rifiuto del dualismo, in un modo che naturalmente tiene insieme quante più cose richiamando un ordine simbolico. Nel processo finale, fruibile attraverso il dispositivo, il movimento trasmesso non separa ma accoglie contenendo moltitudini. Le partiture vengono declinate in un circuito integrato in cui anima, corpo, maschile, femminile, neutro, singolare, plurale, alto, basso verticale orizzontale, giovane, vecchio, adulto e bambino, sano e ammalato sono tutte possibili identità compresenti. La danza qui è fluida, come fluida è la natura di un corpo che si è costruito e che si costruisce in un tempo privilegiato che accade. Ci ricorda Galimberti che “nella danza radicale, semplice, estranea alla codificazione del codice, il corpo abbandona i gesti abituali che hanno nel mondo il loro campo d’applicazione, per prodursi in sequenze gestuali senza intenzionalità e senza destinazione che, nel loro ritmo e nel loro movimento, producono uno spazio e un tempo assolutamente nuovi, perché senza limiti e senza costrizioni.” C’è, in questa natura improduttiva del gesto nella danza, una potenza che ha a che vedere con il sacro, con la preghiera, con la meditazione, tutti elementi veicolati dalla natura visiva delle opera. Improduttività e polisemia fanno del corpo danzante un corpo che non può essere costretto tra le linee di un codice unico. Il corpo che danza costruisce e distrugge con leggerezza divina o, sempre come sostiene Galimberti: “Leggerezza del corpo che ripristina la leggerezza dei simboli, la loro fluttuazione che gioca con la gravità dei codici e col rigore delle loro iscrizioni.” Questa danza appartiene al corpo vivo, al corpo che traduce, che porta oltre i significati per farsi significante, che genera architetture temporanee aderenti ad una realtà quantica: la danza dei corpi svela la possibilità sincronica del reale, sfrondando le categorie di spazio e tempo. 

Il corpo in movimento nella visione supera le barre del codice con leggerezza calviniana, conducendoci in una possibilità dell’essere di percepire la realtà soggettiva e oggettiva come unificata in cui gli accadimenti sono compresenti e interconnessi, senza livelli di separazione. Questa possibilità di stare nel corpo in movimento, nel corpo che danza, ci suggerisce un nuovo linguaggio a fondamento di un futuro possibile, ci indica con gentilezza una Vita Nova.

Francesca Cola e Debora Giordi, coreografe

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