10 Feb 2021

Volti, pensieri e corpi. Quando le pratiche di filosofia incontrano la danza.

Sono due anni che collaboriamo con la Lavanderia a Vapore e abbiamo avuto già il piacere, nel 2019, di far parte del progetto Media Dance con Blume. Siamo andati sia nelle classi sia a teatro, intrecciando la pratica di filosofia, la philosophy for children/community, alla danza. Ci si chiederà cosa siano queste attività e come s’intreccino con i progetti della Lavanderia a Vapore e come, a differenza dello scorso anno, sia stato possibile proseguire questi incontri anche a distanza, on line, senza perdere il senso iniziale di questa esperienza racchiuso innanzitutto nell’idea che il dialogo filosofico possa entrare in relazione con quello della danza. Riteniamo che queste due pratiche, caratterizzate da un clima relazionale fatto di ascolti e confronti, siano un’occasione irrinunciabile per una scuola intesa anche come spazio e tempo di ricerca, riflessione e sviluppo di un pensiero critico e autonomo.

Facciamo una breve premessa intorno alle pratiche a cui stiamo facendo riferimento. Le pratiche di filosofia sono un insieme di esperienze di pensiero filosofico, ispirate alla pratica della philosophy for children/community attività che nasce nei primi anni ’70 grazie al lavoro di Matthew Lipman, docente di Filosofia e Logica presso la Columbia University di New York e Ann Margareth Sharp docente di pedagogia. Tale proposta, ampiamente affermatasi negli anni sempre più in molti paesi del mondo, muove dal presupposto che la filosofia detenga un valore formativo ed educativo. La pratica di filosofia non si prefigge l’insegnamento della filosofia e non va quindi intesa come trasmissione di sapere, ma si pone come attività in grado di favorire lo sviluppo di abilità generali di ragionamento (critica), di relazione sociale (cura) e di concettualizzazione (creativa). La Philosophy for children/community auspica una pluralità di trasformazioni e ritiene di estrema rilevanza il dialogo, l’argomentazione il confronto di idee in un clima solidale e sensibile improntato all’idea di comunità di ricerca. Con questa disposizione al dialogo attraverso la domanda, la riflessione e l’argomentazione, abbiamo incontrato le/gli insegnanti e i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato alle residenze della Lavanderia a Vapore. In particolare abbiamo affiancato la residenza Versus coordinata da Barbara Altissimo all’IIS Galileo Ferraris di Torino, un percorso teatrale che ha approfondito il tema della violenza di genere. Abbiamo poi collaborato alla residenza The risico shooting, coordinata da Alain El Sakhawi, presso l’IT Albe Steiner di Torino, un lavoro che ha preso forma a partire dal progetto MAPS – migrating Artists Project, progetto transmediale di cooperazione fra cinque paesi europei, che sviluppa il tema del potere della digitalizzazione. 

Ogni incontro di philosophy for children/community si è sviluppato come una situazione rivolta ad approfondire, ampliare e sollecitare alcuni dei temi che sono alla base dei percorsi più specificatamente legati alla danza a e alla coreografia e parallelamente a sostenere e facilitare un processo di sperimentazione di metodologie di pratica di filosofia con le/gli insegnanti. Quest’ultimo elemento è emerso con forza come desiderio per aprire spazi di dialogo ulteriore e modalità in grado di valorizzare i soggetti nella loro espressione creativa e riflessiva. L’esperienza della pandemia che stiamo vivendo ci ha chiesto di sviluppare queste attività in un contesto digitale che è divenuto occasione anch’esso per esplorare una dimensione corporea differente in cui il volto, la parola-voce il corpo hanno espresso nuovi modi da portare al centro del nostro sguardo interrogativo. Tali spazi di pratiche di filosofia, profondamente attenti all’ascolto e all’approfondimento di alcune interrogazioni emerse dal ragionamento e dal dialogo con studenti e insegnanti, hanno valorizzato una presa di parola capace di incontrare più linguaggi e modi di pensiero. Danza e filosofia, in questa prospettiva dialogica e in un contesto di comunità di ricerca, possono rappresentare un’occasione di crescita e in cui il pensare filosofico è una facoltà di cominciamento umana e comune che si sviluppa attraverso il bisogno di pensiero di ognuno.

Chi si occupa di filosofia solitamente studia scrive ed eventualmente parla dialoga discute. Lo fa con passione puntualità e serietà. Il filosofo, o la filosofa, pensano e impegnano a fondo la mente. Se parliamo di mente, quasi inevitabilmente, per converso, entra in scena il corpo. ‘Qual è il corpo della filosofia?’ o forse ‘Come entra in gioco il corpo nelle i-stanze filosofiche?’ Il primo movimento è quello di uscire non solo dalle abituali i-stanze filosofiche, ma anche dalle stanze, aule, residenze abituali della filosofia ovvero ove siamo soliti incontrarla (università, biblioteche aule dei licei, scuole prestigiose delle città). Si tratta di immaginare esperienze filosofiche laddove non pensiamo possano esserci o forse si tratta di ritrovare la filosofia riconoscerla laddove è sempre stata, ma abbiamo smesso di cercarla, vederla, apprezzarla. Il corpo della pratica filosofica va ritrovato altrove. In fondo, a ben guardare, le esperienze educative, e in qualche modo anche quelle didattiche, ci spingono ad un ripetuto ed incessante incontro con l’altro. I ruoli di educatore e di insegnante ci “costringono” a fare i conti con l’altro e ad elaborare, in conseguenza di ciò, diverse risposte. Diverse nel senso che non è pensabile porsi in modo uguale nei confronti di tutti e, così facendo, è un po’ come se questa differenza, questa alterità, inizialmente collocata innanzi a noi, s’insinuasse dentro di noi, divenisse un po’ alla volta una possibilità del nostro agire, una risorsa. Tuttavia l’entrata in scena dell’altro talvolta assume i contorni dell’irruzione minacciosa della differenza, specie in un contesto omologante come talvolta può essere quello della scuola. Non certo solo della scuola, che predilige, come afferma Nanni, “il riferimento a paradigmi di identificazione scarsamente differenziati, selettivi o gerarchizzati, non rispettosi della pluralità dei soggetti e delle culture1.” L’elemento della diversità può dare origine a conflitti, può mettere in crisi il funzionamento del sistema educativo. I ragazzi difficili delle periferie, i figli di migranti, i disabili rischiano di non venire compresi e accolti in una scuola “non pensata né strutturata per un’educazione alla diversità, ma sostanzialmente come un’istituzione educativa centralizzata dove i valori dell’identità e dell’uguaglianza, che pure sono irrinunciabili, ma che rischiano di essere gestiti in modo educativo non corretto, come una sorta di reductio ad unum delle diversità2.” Una strada possibile potrebbe consistere nel far tesoro dell’invito di Levinas, nell’immaginare, cioè una scuola pensata per l’altro e a partire dall’altro, nel cogliere il diverso come portatore di valore, come avente diritto. In che modo ciò si mostra praticabile? Come si può concretamente ripensare l’educazione partendo dall’altro? Innanzi tutto, in questa prospettiva, non dovremmo intendere la figura dell’educatore come colui che “tira fuori” le componenti migliori dell’educando destinato, in questo modo, ad una posizione marginale. L’educatore dovrà, piuttosto, comprendere l’altro a partire dalla sua storia, dal suo ambiente, dalle sue abitudini. Siamo di fronte, come giustamente rileva Curci, “ad una presa di distanza dalla lezione di Socrate, per cui ogni insegnamento è già nell’anima e al maestro non resta che l’esercizio della maieutica per tirare fuori la conoscenza che dorme nell’inconsapevole allievo. Al contrario per Levinas è l’altro che ci tira fuori dall’ego e ci sollecita3.” In questa logica, nell’intervento educativo e nel ruolo dell’insegnamento abbiamo l’opportunità, attraverso l’incontro con una pluralità di soggetti diversi, differenti, stranieri, di ri-scoprire parti della nostra stessa individualità, di ridefinire nuovamente la nostra identità. Un cammino. 

Le esperienze che abbiamo avuto il piacere di vivere nei progetti promossi dalla Lavanderia a Vapore ci hanno messo radicalmente in discussione. La danza, il teatro ci hanno permesso di gettare la maschera e ci hanno persino costretto a proficue oscillazioni alla ricerca di altro da ciò che eravamo che eravamo soliti pensare. Il teatro aiuta a prevedere il corpo docente e forse anche a trasformare il corpo filosofante. Eppure anche l’esercizio del pensiero si insinua nei movimenti e nelle rappresentazioni degli attori, li muta, dà voce, li trasforma, li potenzia, colora e motiva. Ecco, anche il pensiero entra in scena, inaspettato, e si fa corpo consapevole commosso, mosso ancor più. Si oscilla, tutti insieme, ci si muove, le figure si intrecciano. La filosofia entra in scena e, colpo di teatro, va a teatro. 

1 Nanni A., Educare alla convivialità, Emi, Bologna 1994, pp. 104-105.
2 Ibidem.
3 Curci S., Pedagogia del volto, Emi, Bologna 2002, p. 70.

Pierpaolo Casarin e Silvia Bevilacqua, Propositi di filosofia

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