12 Mag 2021

Quando le tutor di residenza sono due tanatologhe

Alcune settimane fa, nel mese di marzo 2021, due giovani danzatori, Filippo Porro e Simone Zambelli, si misero in contatto con noi per parlarci del loro progetto Ombelichi tenui. Ballata per due corpi nell’aldilà e per invitarci a collaborare con loro in qualità di “Tutor di processo”. Il progetto, ci spiegarono, era risultato vincitore del Bando AiR – Artisti in Residenza 2021 della Lavanderia a Vapore, una realtà straordinaria che abbiamo scoperto grazie agli artisti e a Valentina Tibaldi, curatrice dei progetti di residenza. 

A partire da un’esplorazione del tema dell’accompagnamento, i due artisti si sono interrogati sui corpi che si allontanano e si avvicinano, si sostengono e si lasciano andare, si riuniscono e si separano fino alla fine. La morte, che non era all’inizio del percorso il focus del progetto, è arrivata come componente inevitabile, come dato di realtà che in qualche modo condiziona ogni riflessione sui corpi che si accompagnano durante e oltre la vita.

La loro proposta ci ha affascinate e incuriosite, ma ci ha anche generato dei dubbi rispetto a quale avrebbe potuto essere il nostro contributo: nessuna delle due, infatti, aveva avuto contatti precedentemente con il mondo della danza, e non avevamo mai sentito parlare dei tutor di processo. Filippo e Simone ci hanno spiegato che i tutor di processo sono figure con profili professionali eterogenei, talvolta danzatori, talvolta, come nel nostro caso, esperti in ambiti coerenti con il tema della ricerca creativa, ma esterni al mondo della danza.

Il nostro compito, dunque, sarebbe stato quello di mettere le nostre conoscenze e competenze nel campo  tanatologico al servizio del percorso di esplorazione creativa dei due danzatori e dell’équipe artistica che li affiancava. Si trattava, per entrambe le autrici, di un’esperienza completamente nuova. Il nostro lavoro infatti comprende aspetti più teorici, quali la ricerca, la docenza e la scrittura, ma anche ruoli applicati, in particolare nella formazione, nelle supervisioni d’équipe e nel sostegno al lutto. Oltre ai ricercatori interessati nel campo della morte e il morire, i nostri interlocutori sono soprattutto medici, psicologi, infermieri e altri operatori in ambito socio-sanitario, così come cerimonieri, operatori e imprenditori del settore funerario e, più in generale, persone che, a vario titolo, sono chiamate a confrontarsi con il fine vita. Nonostante non avessimo mai lavorato con dei danzatori, fin dai primissimi incontri è stato per noi chiaro che l’incontro con Filippo e Simone non solo era coerente con i nostri percorsi professionali, ma aveva il sapore di un ‘viaggio’, che ci ha portato a decentrare il nostro sguardo e a incontrare prospettive nuove e diverse su temi a noi familiari. 

Prospettive sulla morte e sul morire

Nei primi incontri, curati da Marina Sozzi, che si sono svolti online per via dell’emergenza sanitaria, ci si è concentrati sugli interrogativi che il tema della morte suscita, soprattutto in un contesto culturale che tende a espungere e negare il confronto esistenziale dell’uomo con la propria fine. Marina Sozzi ha in primo luogo risposto alle domande di Filippo e Simone riguardanti l’accompagnamento alla morte, il rito e il lutto nella nostra cultura. Ci si è maggiormente soffermati sull’accompagnamento. Da un lato abbiamo approfondito che cosa sono le cure palliative e come aiutano, con la loro équipe multiprofessionale (medici, infermieri, psicologi, operatori socio-sanitari, fisioterapisti, talvolta assistenti sociali) sia il malato sia la sua famiglia, con una presa in carico globale e attenta, personalizzata. Dall’altro lato abbiamo cercato di capire cosa si prova nello ‘stare’ accanto a un morente, e come è possibile stare senza ‘fare’ (senza affaccendarsi intorno al malato per tenere a bada l’angoscia). Magari solo tenere la mano, leggera, senza parlare, seguendo il proprio respiro o il respiro della persona malata.

Sul tema del rito abbiamo notato come, al tempo del Covid, il rito abbia ripreso con forza i suoi diritti, proprio perché è stato impedito nella prima ondata di pandemia. Non potendo celebrare i riti, i nostri contemporanei, che erano tendenzialmente antiritualisti, hanno riscoperto l’importanza del rito funebre, e la difficoltà estrema nel dare inizio a un periodo di lutto senza aver celebrato un rito comunitario, ed essersi sentiti sostenuti dalla propria comunità di appartenenza. 

Poi ci si è scambiati le parti, e Marina Sozzi, che aveva visto il video di una prima prova di “Ombelichi tenui”, ha posto alcune domande ai danzatori: cosa volete veramente dire sulla morte? È un viaggio nell’aldilà? Perché quando i due protagonisti si riconoscono uno come la morte dell’altro diventano inafferrabili e svaniscono? Il messaggio che volete lanciare è che è impossibile cogliere la propria morte?

La funzione di questo primo approccio è stata, soprattutto, di mettere in dubbio l’elaborazione del tema fatta fino a quel momento nella danza e mediante la danza, e aprire nuovi possibili riferimenti culturali (saggi, scritti, pensieri, miti, gesti) derivanti dall’approfondimento del tema della morte per ciascuno dei due danzatori, Filippo e Simone. 

Dall’osservazione alla riflessione

La seconda parte del lavoro, curata da Cristina Vargas, si è svolta in presenza, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza previste in questo periodo emergenziale. Il punto di partenza è stato l’osservazione delle improvvisazioni dei danzatori nello spazio. Nell’ambito dell’antropologia ci sono ampie riflessioni sul ruolo dell’osservatore e sullo sguardo antropologico: l’atto di osservare non è considerato un processo oggettivo e neutrale, ma un’esperienza che sollecita in profondità la soggettività attivando processi consci e inconsci. L’antropologo, dunque, dovrebbe cogliere ciò che avviene ‘fuori’, ma anche, attraverso un processo riflessivo, ciò che avviene dentro di sé grazie all’osservazione. La restituzione, dunque, riguardava sia ciò che ‘ho visto’ sia ciò che ‘ho provato nel vedere’ e, di conseguenza, ha permesso da un lato di individuare alcuni filoni tematici, dall’altro lato di attivare una riflessione su ciò che era avvenuto in scena a livello sensoriale, comunicativo e simbolico. 

Un frammento scenico di due corpi smarriti che, seppur vicini, non riescono a entrare in contatto, ha offerto lo stimolo per portare al centro dell’attenzione un tema di grande rilevanza in questo momento storico segnato dal Covid19, vale a dire l’impossibilità di essere fisicamente accanto a chi si avvicina alla morte, per offrire il conforto di un tocco o di una carezza. Il contatto impossibile ci ha anche portato a riflettere sull’incomunicabilità della sofferenza e sul tabù della morte che a lungo ha condizionato la nostra società e di cui ancora oggi sentiamo il peso a molti livelli.

Le improvvisazioni sui corpi che si sorreggono a vicenda, appoggiandosi incessantemente l’uno all’altro, hanno fornito una suggestione per riflettere sul tema della corporeità nell’accompagnamento: come si ‘tocca’ il corpo di una persona morente? Come cambia quel ‘tocco’ quando la persona non è più in vita? Quali emozioni entrano in ballo in queste due esperienze del ‘toccare’? Le immagini ci hanno anche stimolato la riflessione sull’iconografia legata al dolore: il soldato che si carica sulle spalle il peso del compagno ferito; la madre che con delicatezza sostiene in grembo la testa del figlio morente; il martire che si abbandona; la mano tesa di un amico. 

Anche il rito, tema centrale nell’antropologia della morte e del morire, è stato affrontato a partire da stimoli scenici: la posa della lapide ci ha dato lo spunto per riflettere sul ruolo del funerale come rito di passaggio, sulla crisi della ritualità nel contesto occidentale e sulle emozioni, complesse e talvolta contraddittorie, che accompagnano le prime fasi del lutto. Il movimento ritmico dei danzatori nella scena del corteo funebre ci ha portato a volgere lo sguardo verso il contesto africano, in cui il ballo è una componente centrale del rito funebre. 

Nei vari incontri abbiamo utilizzato stimoli visivi (documentari, video, immagini) con lo scopo di offrire spunti per comprendere i molti modi in cui si esprime il rapporto con la morte e con l’aldilà nelle varie culture e nelle varie religioni per arricchire l’immaginario al quale normalmente si attinge per conferire senso al fine vita.

L’esplorazione di sé

Poiché il tema della morte tocca in profondità l’esperienza di tutti gli esseri umani e ha una risonanza forte a livello emotivo, è emersa la necessità di spostare il focus dell’attenzione su temi di carattere più soggettivo e sul rapporto dei due danzatori con la morte propria e quella altrui. Abbiamo dunque programmato un incontro, condotto da entrambe le tutor, con l’obiettivo di parlare della morte non tanto in senso filosofico, antropologico o psicologico, ma per dialogare sulla morte in senso personale: che cos’è la morte per me? Ho mai riflettuto sulla mia morte? E sulla morte degli altri? Qual è il mio rapporto con la finitezza? L’incontro, profondo e coinvolgente, è stato occasione per portare alla luce riflessioni ed emozioni profonde, che raramente vengono espresse.

Il percorso, in tutte le sue tappe, si è configurato come un’occasione di dialogo e di reciproco arricchimento. Il lavoro con Filippo e Simone, infatti, ci ha permesso di scoprire un linguaggio diverso, che riguarda il corpo e non la parola orale o scritta – i nostri mezzi espressivi per eccellenza – e di guardare con occhi nuovi il grande tema esistenziale della mortalità.

Marina Sozzi, filosofa e tanatologa esperta e coordinatrice del Centro di Promozione cure palliative della Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta.

Cristina Vargas, antropologa e psicologa, attualmente Direttrice scientifica della Fondazione Fabretti ONLUS e ricercatrice del Laboratorio dei Diritti Fondamentali.

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