4 Nov 2022

Per un’idea di cura: parola agli artisti associati (e qualche consiglio di lettura)

L’alleanza con gli artisti e l’accompagnamento dei rispettivi processi creativi è un asse fondante della Lavanderia a Vapore, inscritto in quella nozione di cura divenuta parola-guida delle attività del Centro di Residenza di Collegno per la stagione in corso ed espressa, tra le altre, attraverso processi come il bando AiR_Artistə in Residenza o τέχνη – téchne (attivi fino al 20 e al 21 novembre 2022).

cura s. f. [lat. cūra]. – «Interessamento solerte e premuroso per un soggetto o un oggetto che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività». La cura è azione trasformativa che ci permette di creare spazi terzi, interstiziali in cui ripensare le asimmetrie e le logiche di sfruttamento: così facendo ri-media le forme del vivere, immaginando possibili altrimenti e altrove. La cura è una dedizione al possibile. In questo atto di immaginazione, le pratiche artistiche hanno un ruolo fondativo: la cura si riflette nell’ecosistema artistico che vogliamo creare e nelle estetiche che sosteniamo e che ci sostengono, nel processo di ricerca e radicamento di nuove significazioni.


Conclusi da pochi giorni gli sharing dei rispettivi percorsi di ricerca, abbiamo chiesto agli artisti associati Doriana Crema e Salvo Lombardo – che costruiscono quotidianamente con Lavanderia una specifica visione di spazio creativo e un preciso linguaggio coreografico, dando vita a orizzonti comuni di senso – la propria opinione in merito al concetto di cura e al modo in cui quest’ultima venga declinata nell’ambito della loro indagine coreografica.


Tabula Rasa mi ha aiutata a mettere a fuoco un elemento che davo per scontato: che cos’è la cura? L’ho sempre avvertita come un moto lineare, come un “andare verso qualcosa”. Oggi invece la percepisco come un moto ondivago, come un pendolo, che va e viene. Qualcosa di molto prossimo a una reciprocità. Se io ho la “presunzione” di accudire, in realtà è l’altro a restituirmi altrettanta cura. È un percorso non unidirezionale, per me, in questo preciso momento della mia ricerca. È un flusso vicendevole di andata e ritorno, dal momento che la cura ha inevitabilmente a che vedere con la relazione. Si tratta però anche di una scelta: e non è tanto il fatto che l’uomo possieda un suo libero arbitrio, ma che la cura sia in fondo anche uno stare, o meglio uno stato interiore. Aver cura di uno spazio o di una relazione non pertiene per forza l’agire ma appunto la modalità in cui si sta. E mi ricollego così a Tabula Rasa: la qualità di presenza si collega qui alla cura del modo in cui la persona è disponibile a entrare in uno spazio vuoto, dedicando tempo a tale esperienza, a tale rapporto. Ad alcuni ha restituito benessere, ad altri rilassamento, ad altri ancora ha dischiuso visioni. Le declinazioni sono dunque molteplici. Se potessimo immaginare un processo, un ordine entro cui sviluppare le varie fasi della cura credo si debba necessariamente partire dal sé, per espandersi poi – come procedendo per cerchi concentrici – allo spazio esterno e a chi lo abita. La cura insomma investe direttamente la dimensione spaziale (e temporale). Esempio rappresentativo, in tal senso, è la stessa Lavanderia a Vapore, con la sua storia e la sua missione: quel luogo ha conosciuto la sofferenza, la cura è stata – per molti aspetti – distorta. Per potersi trasformare davvero, quello spazio ha avuto bisogno di un tempo, di qualcuno che se ne prendesse cura. E tutto il lavoro di bellezza portato avanti a Collegno continua a tenere pulito quell’ambiente. Quindi, il come io mi pongo in un determinato spazio modifica, negli anni, la struttura dello spazio stesso.

Doriana Crema, danzatrice, coreografa, formatrice e counselor

ph. Andrea Macchia

Dopo la prima parte della residenza, in primavera, il progetto è tornato in Lavanderia a ottobre. A maggio avevamo provato con lo staff a inventare un dispositivo che permettesse alla residenza di aprirsi e chiudersi tutti i giorni, imitando la dinamica polmonare. L’obiettivo era allora sviluppare un’idea e renderla però da subito accessibile, attraversabile, da altri saperi. Nella settimana trascorsa recentemente a Collegno ho invece lavorato in modo diverso: sette giorni completamente solo, isolato, per condividere in maniera pubblica soltanto alla fine. La modalità di apertura è stata esemplificativa del progetto in generale, della forma che esso sta assumendo attualmente, della nozione di cura e della sua modalità di indagine. Breathing Room ha conosciuto infatti un’apertura tramite un formato preciso, a cavallo tra l’ambiente installativo, la pratica guidata, la meditazione orale e la performance. Quindi l’ingresso in questa stanza ha significato muoversi e scivolare tra differenti modalità espressive. È diventata insomma una realtà ideale, più che fisica, un ambiente di relazioni in cui il pubblico ha potuto fare una specifica esperienza legata al respiro (in taluni casi in senso letterale, attraverso pratiche corporee e indicazioni somatiche). In effetti, durante lo sharing di metà ottobre, si è trattato di dar vita a una stanza che permettesse a tutti di respirare, ciascuno secondo la propria predisposizione, di prendere parte, di trovare una posizione all’interno di quest’ambiente a partire dalle proprie necessità, dalla propria postura di quel momento. Il secondo livello di creazione e interazione ha toccato invece la nozione di cura: ho infatti invitato Cristina Kristal Rizzo ad abitare questo spazio di relazione e soprattutto a costruire una performance in tempo reale, senza alcuna prova o anteprima e soprattutto senza repliche future. Questa scelta nasceva dalla volontà da una parte di creare un doppio livello di esperienza (e quindi un’esperienza a cui tutti potessero accedere e in cui tutti potessero stare, interagendo eventualmente), dall’altro di imperniare tale esperienza sul corpo di una dance-maker informato da un preciso codice artistico. Questo processo mi ha permesso così di riflettere sulla cura. Chiedendo infatti a una collega di “prendersi carico” di un pezzo di performatività (una scelta connessa con il mio desiderio di perdere un po’ controllo, di disperderlo, rispetto all’atto di creazione), ho implicitamente voluto compromettere i principi di autorità e di potere nella creazione artistica stessa. A quel punto l’interrogativo per me è diventato: “Respirando insieme in quell’ambiente, di chi è quell’azione, chi ne detiene l’autorialità?”. Il corpo, la soggettività, si affida, attraverso una pura e nuda presenza, che a sua volta l’artista non può controllare, perché non dispone delle coordinate che la informano, se non quelle ottenute in tempo reale. Cura dunque come restituzione di un atto di fiducia e richiesta da parte dell’artista di un atto di cura, tramite l’affidarsi. Cura – ancora – nel senso di creare una condizione che protegga, che accompagni, che garantisca a quella presenza di essere nel posto giusto, di essere a fuoco in quel preciso istante.

Salvo Lombardo, performer, coreografo e regista

Qualche spunto per approfondire…

  • M. Fragnito e M. Tola (a cura di), Ecologie della cura. Prospettive transfemministe, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2018
  • The Pirate Care Project → clicca qui
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LAVANDERIA A VAPORE