15 Dic 2022

L’antico nel contemporaneo: dall’anacronismo al dialogo

Benedetta Colasanti ha visto Satiri di Virgilio Sieni a CANGO Cantieri Goldonetta di Firenze, dove lo spettacolo ha replicato tra il 30 novembre e il 4 dicembre scorsi come segmento dell’edizione 2022 del Festival “La democrazia del corpo”.


Due danzatori, violoncello e voce; luci riflesse e una coreografia che gioca sulla specularità. Sono questi gli elementi principali della nuova opera di Virgilio Sieni. L’idea di Satiri nasce dal continuo dialogo con l’antico, una materia sempre rinnovabile alla quale il coreografo dichiara di riferirsi «sempre, in tutto quello che faccio», un po’ sulla scia di Luciano Canfora e del suo Gli antichi ci riguardano.

Il gioco di specchi tra satiro – almeno apparentemente rappresentato dal danzatore che indossa una maschera dalle fattezze di capra – e uomo – il danzatore senza maschera – si fonda sul sostenersi e sull’accompagnarsi a vicenda. Nei momenti in cui il satiro si stacca da terra, affidandosi completamente al compagno che lo sostiene, la mente vola a La natura delle cose, un “classico” di Sieni in cui la danzatrice Ramona Caia, indossando una grande maschera a immagine di bambolotto, lotta contro la gravità grazie (o a causa) all’appoggio di altri danzatori.

Nel rapporto tra uomo e satiro, tra danzatore senza maschera e danzatore con maschera, possiamo osservare una fusione e uno scambio continuo di corpi e di identità: l’uomo contemporaneo si distacca dal comportamento del satiro ma talvolta è identico a lui. Del resto, parafrasando Sieni, intervistato da Rodolfo Sacchettini dopo la performance, il satiro è stato inventato dall’uomo al fine di fuggire dal quotidiano, dalle norme sociali e dai comportamenti che queste implicano. E tuttavia in Satiri osserviamo ciò che non ci si aspetta dal satiro: non sessualità ma gentilezza, delicatezza, tenerezza, peculiarità spesso più animalesche che umane, più femminili che maschili. Il femminile, in effetti, sembra non esserci ma è onnipresente: nella musica, nella luce, nelle movenze dei performers.

L’uso della maschera è un leitmotiv carico di significato. Dalla funzione de-umanizzante a quella di mettere in evidenza le potenzialità gestuali. Dall’indossare un volto altro a fini stranianti all’atto di deporre la maschera che permette al satiro, un po’ come accade nel vaso di Pronomos, di trapassare dal teatro al mito, dalla finzione alla verità. Ma l’espressività delle coreografie di Sieni risiede soprattutto nell’uso delle mani, che talvolta somigliano a quelle delle marionette: queste ultime sono immobili nelle espressioni del volto ma altamente comunicative nel movimento vorticoso dei polsi.

I due corpi si uniscono e si sdoppiano continuamente, proponendo pose e formazioni in continuo divenire. Da un punto di vista più tecnico, Satiri è il secondo capitolo di Bach duet; gli stessi Jari Boldrini e Maurizio Giunti – duetto ormai solidale – propongono in scena una danza geometrica e speculare, resa possibile dal reciproco scambio di equilibri, energie e forze. Oltre alla geometria, troviamo un infinito campionario di pose che Sieni afferma corrispondere alle infinite proposte dell’iconografia e dell’arte figurativa dall’antichità a oggi (tra queste emergono prepotentemente alcune Pietà). Niente è nuovo nell’apparenza, tutto è diverso nel continuo dialogo tra ciò che è stato – e che rimane – e un presente effimero che sfugge nel momento in cui lo si afferra.   Accostata al mito o all’Arcadia la “barocca” musica di Bach suona anacronistica. Eppure le sonorità prodotte da Naomi Berril, specie quelle vocali, si sposano bene con lo spazio, con l’atmosfera e con l’azione dei danzatori, stabilendo apprezzabili contrasti tra il rigore matematico dei passi e della composizione musicale e l’indeterminazione di un mondo lontano e/o onirico. Bach risuona da anni nelle orecchie di Sieni, accompagna e sostanzia molte delle sue coreografie, prima di Bach duet, basti pensare a Solo Goldberg e Sonate Bach. Bach, afferma di nuovo il coreografo, è una zona franca ma anche di scomoda ispirazione: «me ne vorrei liberare ma non ci riesco».

Una superficie riflettente proietta sul pavimento della scena forme che richiamano la luce che passa attraverso i rami degli alberi. Una luce mai piena, che vive di riflessi, richiamando tematicamente la messinscena del satiro e creando atmosfere oniriche simili a quelle di Apres midi d’un faune.

Nei continui riferimenti a un proprio universo, ben riconoscibile ma sempre in evoluzione, Sieni è una rarità nell’attuale panorama della danza contemporanea: rifugge la citazione ma fa propri concetti, storie e stili. E anche volendo forzare un riferimento, si è costretti a tornare ancora una volta alle origini, quelle della danza contemporanea stessa, quando Isadora Duncan esprimeva la grecità e il ritorno all’antico tramite una libertà assolutamente nuova e inedita nel mondo a lei contemporaneo.

Benedetta Colasanti

SATIRI
coreografia e spazio Virgilio Sieni
interpretazione Maurizio Giunti, Jari Boldrini
violoncello Naomi Berrill
musica Johann Sebastian Bach (Suite n. 3 in Do Maggiore, BWV 1009; Suite n. 4 in Mi bemolle Maggiore, BWV 1010)
luci Marco Cassini
allestimento Daniele Ferro
maschere animali Chiara Occhini
produzione Centro di Produzione della Danza Virgilio Sieni
in collaborazione con AMAT & Civitanova Danza, Galleria Nazionale delle Marche
con il sostegno di MIC Ministero della Cultura, Regione Toscana, Comune di Firenze, Fondazione CR Firenze

foto copertina: Lorenzo Gigante

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