6 Mar 2023

Danza e provocazione in uno spogliatoio

I blogger della redazione itinerante di We Speak Dance restituiscono il proprio sguardo su Un poyo rojo, in scena il 4 febbraio al Teatro Sociale di Valenza e il giorno successivo al Teatro Toselli di Cuneo.


Nello spogliatoio di una palestra due uomini si affrontano, quasi due galli da combattimento, si scrutano, si squadrano, si provocano, si seducono. È il racconto di un incontro d’amore tra danza, acrobatica e comicità. Un Poyo Rojo è una provocazione, un invito a ridere di noi stessi esplorando tutto il ventaglio delle possibilità fisiche e spirituali dell’essere umano.

di Alfonso Baron, Hermes Gaido, Luciano Rosso
coreografia Luciano Rosso, Alfonso Baron
regia Hermes Gaido
interpreti Luciano Rosso e Alfonso Barón
produzione Timbre 4 Buenos Aires, Carnezzeria srls

Tu non hai paura dei tuoi istinti?
di Giorgia Borgioli

Siamo nello spogliatoio maschile di una palestra, ci sono due uomini e una radio.

I due si vedono, si incontrano, si conoscono, si orbitano attorno a lungo e, alla fine, si desiderano. I loro corpi oscillano tra la competizione e il desiderio, tra la fuga dai propri istinti e l’accettazione.
Sembrano chiedersi: tu non hai paura dei tuoi istinti? E sembrano chiederlo anche al pubblico.

Uno di loro va alla radio e cambia canale.

Click.

Parla l’esponente di un partito politico piemontese.

Click.

La ricetta per le lasagne vegetariane.

Click.

Dentro il tempio di virilità dei giorni nostri loro si provocano, e l’attimo dopo si subiscono a vicenda, si sfidano e poi si alleano tra di loro, ma soprattutto con sé stessi. Si riappacificano con quella vocina dentro di sé che dice “è sbagliato”, che ciò che stanno sentendo non si può sentire, che loro sono sbagliati, da soli e insieme.

La scena è un ring, dove una lotta continua tra il soffocamento degli impulsi e la loro liberazione coinvolge il pubblico, fino a divenire danza.

Click.

Le notizie del giorno.

Click.

La hit estiva della scorsa estate.

Click.

I risultati della partita di campionato.

Click.

Ora invece la radio trasmette una canzone dalle note dolci, una melodia inequivocabile d’amore.

Nessun click.

La canzone va avanti e continua fino alla fine dello spettacolo.

È lei è la canzone che mette d’accordo tutti: sul palco, in platea, e ovunque.


Sguardi sulla vanità
di Zoe Guindani

Inizia lo spettacolo.

Un armadietto di ferro, una panca, una radio; siamo nel tempio della mascolinità, in un luogo anomalo per una rappresentazione teatrale: una palestra.

Questa apparente nemesi del teatro diventa il palcoscenico perfetto per la crisi identitaria di un uomo e della sua mascolinità.

Ma andiamo con ordine.

Due uomini, una palestra; uno seduce l’altro e l’altro lotta con le sue pulsioni, per sfociare infine in un rosso, rossissimo bacio.

La storia finisce qui, ma lo spettacolo è concentrico: i danzatori continuano a girare in tondo, come attratti da un magnete che in base a come lo si posizioni attrae e respinge dal suo centro: la sessualità.

I corpi di Alfonso Barón e Luciano Rosso, esplosivi, grotteschi e malleabili, esplorano le possibilità dell’attrazione e della repulsione senza vergogna e senza barriere, attraverso prima di tutto, l’animalità.

Da uccelli che non riescono a volare a polli sgraziati sino a pantere sinuose, sembra che gli animali, con i loro movimenti istintivi, nascondano la chiave per capire le profondità umane. Quando i due uomini raggiungono il massimo della tensione, emotiva e sessuale, ecco spuntare alette rachitiche e colli sgraziati: si trasformano in polli.

Lo spettacolo, col suo sguardo divertito sulla vanità maschile, esplora con ironia il confine sottile tra machismo e omosessualità.

Ma se il pubblico è parte integrante di un’opera d’arte, in un paese ancora cattolico e ancora profondamente scandalizzabile come l’Italia, lo spettacolo è un perfetto metro di studio del pubblico italiano.

In un paese in cui la risata è da sempre il modo di esorcizzare la paura, le risa, liberatorie e fragorose, su due uomini che sono uno attratto dall’altro, lungi dal dimostrare una comprensione delle contraddizioni della natura umana, dimostravano un nervosismo di fondo.

Non tanto riguardo l’omosessualità, ma riguardo la sessualità stessa.

Ma se ciò di cui si parla non è risibile, non è grottesco ed esorcizzabile, allora cala un silenzio tombale. Davanti a veri gemiti e a movimenti sinuosi, il pubblico pareva ghiacciato, col fiato sospeso nell’attesa di un risvolto comico per liberarsi del peso che li opprimeva.

Ma un Poyo Rojo nasce in Argentina, in un contesto sociale preciso, quello di un discusso progetto di legge per il matrimonio omosessuale. Nasce come una ribellione, un tentativo di affrontare il tema con leggerezza, di normalizzare i corpi, di amarli anche nelle loro brutture, di giocarvi e di ridervi (lo spettacolo è infatti pieno di sputi, schiaffeggi, risa, urla, scatarrate e sniffate di sudore) e in ciò lo spettacolo riesce perfettamente, ed è lodevole nella sua vivacità.

Credo vi sia l’urgenza di recuperare la valenza morale e sociale di una danza ridicola, che sappia ridere di sé stessa e accettare l’essere umano nella sua totalità di essere in divenire: talvolta incantevole, talvolta irrimediabilmente buffo.

We are so pop!
di Eleonora Natilii

Riscaldamento.

It’s getting hot in here!

Siamo uguali, io e te.

Tik Tok.

Chi é?

Sono io, il vuoto. Passavo di qui… Ti va un selfie? Vengo sempre bene.

Hey, relax man.

Sono Clint. Clint Eastwood.

È un po’ difficile, faticosa, tutta questa follia.

Aspe’ ché mi trasformo un attimo.

Aspetta.

Tik Tok.

Chi è?

Fai un balletto.

Fai lo scemino.

Fai un ballettino sciocchino.

Fa un po’ paura, tutta questa follia.

Yeah yeah!

Yo, man!

YEAH!

Tendu.

Allongé.

Bird.

Bird?

Sì, bird.

Il Lago dei Polli.

RELEVÉ!

Sto avendo qualche difficoltà.

Ti spiace stringere un po’ meglio il nodo?

Alla chiappa?

Alla gola.

Facciamo la chiappa, va.

Devo bere…

Accendi la radio ché c’è il derby Inter – Milan.

L’asciugamano mio è quello bianco, quello tuo è quello rosso.

Rojo.

Hey man, ce l’hai una sizza?

Turn up the music, man! Hey, man! Woohoo!

Sono io quello lì allo specchio?

No… quello lì è il vuoto. Tu sei quello dietro.

Forse dovrei smettere di fumare. Magari domani.

Si sta asciugando il sudore sulla schiena. La canottiera di Rorschach.

La canotta tua è bianca, la mia è quella rossa.

Vuoi entrare sotto la luce, nella canotta, nella mia stanza?

È difficile staccarsi, in questa danza.

Com’è divertente, tutta questa follia.

We are so pop!

Come siamo lirici.

Il desiderio è circolare: senza non si può stare.

Sempre, sempre, si desidera qualcosa sempre.

Una storia d’amore.


Pensieri sconnessi e radio per Un poyo rojo, l’Argentina e Cuneo
di Mirco Spadaro

«En un vestuario vacío, dos hombres juegan con el movimiento, una radio analógica y unos diminutos pantalones cortos. Los cuerpos atléticos de Luciano Rosso y Alfonso Barón pasan con fluidez de la lucha a la danza, de la acrobacia a la comedia física en una irresistible distorsión de las expectativas de la virilidad. […] Naif, kitch, poncif»; è il 34’ minuto; la radio sfiata su di noi che siamo sotto il palco e stiamo lì a osservare Alfonso Baròn e Luciano Rosso. Uno è seduto su una panca: fuma centordici sigarette e guarda l’altro. L’altro si osserva allo specchio. GOOOOOOOOL! GOOOOOOL! 1-0 INTER, LAUTARO!! Angolo di Calhanoglu dalla sinistra, il Toro colpisce di testa: deviazione di Kjaer, Tatarusanu battuto! Anche i due uomini nello spogliatoio scenografico di fronte a noi applaudono; poi cambiano stazione: ora c’è della musica dance. È una radio vera, ci spiegheranno un po’ in italiano e un po’ no alla fine dello spettacolo: è una radio vera di quello che sta succedendo nel mondo attorno a noi, ora, e al contempo, sul palco, la radio vera di uno spettacolo che accade da 14 anni sui palchi del mondo.

Progetto nato nel 2008, inizialmente dalla mente di Luciano Rosso e Nicolás Poggi, un Poyo Rojo non usa parole: non conosce barriere linguistiche, ma non usa nemmeno musica, almeno non nel senso più convenzionale del termine; dalla buffoneria di Tom e Jerry alla disciplina marziale della marcia soldatesca, sono le espressioni, i movimenti scomposti, mimetici e didascalici fin quasi all’eccesso nel loro voler essere imitazione della realtà, il filo, un poco rosso, della competitività virile e machista che diventa, pian piano, amore e sensualità. Complicità, seduzione, diffidenza, ironia, seduzione e tanta, tanta immaginazione. Il pubblico sugli spalti ride durante l’esibizione; non vedevo una folla a teatro così tanto divertita da tempo. La ragazza sulla poltroncina rossa di fianco alla mia si sganascia; alla fine si alzerà in piedi e applaudirà a piene mani per interi minuti.

E poi c’è quella radio che viene accesa circa a metà della performance; sintonizzata sempre sull’emittente locale del momento e della città dove si trova il duo; la chiamano “drammaturgia del caso”. Un Poyo Rojo continua ancora oggi, che è il 2023, e fino ad qui ha visitato paesi di differenti continenti, dall’Uruguay alla Bolivia, dalla Germania all’Italia, dalla Francia a Nuova Caleidonia.

Mentre siamo sulla navetta che torniamo verso Torino ne parliamo, di un Poyo Rojo; io ho una certa sete. Da stamattina sono in piedi con un solo caffè, uno lungo, e tanto, troppo lavoro arretrato; ascolto più che parlare; appoggiato al finestrino osservo Cuneo che scompare e le colline oltre il guard rail dell’autostrada. La maggior parte di noi sono entusiaste; lo spettacolo ci è piaciuto tanto. Abbiamo però dei dubbi; quello che abbiamo visto ci è piaciuto, sì, ma alcune cose ce le domandiamo, alcune cose le abbiamo trovate, riportate al 2023, in un certo qual modo “vecchie”, in un certo qual modo, ecco, fuori tempo massimo. M’immagino a Ciudanza, a Buenos Aires, a vedere una delle prime rappresentazioni: sicuramente sarebbe stato diverso.

Se si apre Wikipedia, che non è la migliore fonte d’informazione ma sicuramente una delle più usate, come prima alla pagina “Diritti LGBT in Argentina” si legge questa frase: “I diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) in Argentina sono tra i più avanzati al mondo”. Il 15 luglio del 2010, decimo paese nel mondo, il primo in America Latina, l’Argentina ha legalizzato il matrimonio omosessuale; quest’informazione la ricordo: anche da noi se n’era parlato molto.  Non solo matrimoni, comunque: i suoi legislatori, dell’Argentina intendo, che seguono dal 1983 una transizione nazionale verso la democrazia, hanno scritto e approvato nel 2012 una legge sull’identità di genere che consente alle persone di cambiare il loro genere sessuale, legalmente, senza dover prima affrontare barriere di terapia ormonale, chirurgia di riassegnazione del sesso o diagnosi psichiatriche di sorta; l’U.S. News & World Report del 4 aprile 2016 di Kamilia Lahrichi e Leo La Valle possono essere un ottimo approfondimento a proposito, così come i numerosi e ben scritti articoli della BBC Mundo. “Siempre hay un efecto dominó, de imitación, tal como aquí se aprobó luego de que se hiciera en España”, disse al tempo César Cigliutti, presidente della Comunidad Homosexual Argentina. Era il 15 luglio 2010; c’è sempre un effetto domino, di imitazione. Mi convinco che sia in fondo questo il grande sentimento che rende ancora tanto attuale un Poyo Rojo; che sicuramente anche lui invecchia, che certi stereotipi sul palco possono essere oggi stati levigati, in un certo qual modo riscritti, ma il messaggio, la sensualità e quella grande dichiarazione, seria e divertente, che certe cose sono umane e non hanno una lingua da capire ma solo dei gesti universali, quello non invecchia mai, non importa la musica della tua radio. C’è sempre un effetto domino, de imitación.


Un gioco a due, a fare sul serio
di Maria Rosaria Visone

Esiste un’idea comune, quasi conclamata, per la quale aprire le porte di uno spogliatoio maschile vuol dire entrare in un tempio di esaltazione della virilità e della mascolinità. Come se in questi luoghi non siano contemplate altre forme, idee o generi diversi da quello puramente maschile, riducendosi a mere ipotesi irrilevanti. E da donna vivo nel dubbio, sperando davvero non sia così, che esista ancora spazio per vivere liberamente la propria identità. Eppure, entrare al Toselli di Cuneo questa prima domenica di febbraio ha significato esattamente questo: catapultarmi in una circostanza a me distante, percepire quella latente tossicità che spesso ci circonda, distruttibile solo se si procede senza troppe ringhiere sul cuore.

Da uno dei palchetti centrali del teatro, i miei occhi si sono affacciati su un ambiente riconoscibile, comune, composto di pochi elementi: una panca in legno, degli armadietti grigi, qualche bottiglietta d’acqua, una radio portatile. Il minimo indispensabile per annunciare un “Noi siamo qui. In un semplice spogliatoio per uomini, nel quotidiano di un presente qualsiasi. Inaspettatamente, proprio qui accadrà qualcosa”. Ancora con le luci accese in sala, un semibuio sul palcoscenico mostra due uomini che si riscaldano, ognuno con modi e tempi propri, come se il pubblico non fosse lì ad osservarli. Poi, insieme avanzano verso il proscenio con una presenza fisica inspiegabile, attirando l’attenzione della platea e iniziando un sincronismo gestuale: parte così Un poyo rojo, uno spettacolo imprevedibile, un duello senza troppe regole che, con trovate geniali e inaspettate, incontra lo sguardo divertito e incantato del pubblico.

In scena, i due interpreti Luciano Rosso e Alfonso Barón, con la regia totalmente fuori dagli schemi di Hermes Gaido, sono una potenza estrema. I loro corpi flessibili, acrobatici, guizzanti, esplorano ogni angolo del palcoscenico: a mo’ di sfida giocosa, proprio come dei bambini, indagano possibilità fisiche e mimiche per la mente umana impensabili. E sono queste “probabili impossibilità”, questi continui estremismi fisici, a far sorridere il pubblico. Intermittenti, laute risate invadono la platea, raggiungendo il palco e caricando sempre più la partita tra i due interpreti. Se ne rallegrano, senza mai abbassare la guardia: sono irrefrenabili. Si alternano nella loro disputa immaginaria, che vive tra il comico e il conflittuale. È come un dialogo muto, un passaggio di palla sincero, privo di superbia o pretese di vittoria.

Durante la performance, la coppia sconosciuta comincia a delinearsi. Spuntano fuori le insicurezze di uno, la reticenza dell’altro. Poi la voglia di entrambi, l’incontro e la complicità dei loro corpi. Intanto la radio, sintonizzata dal vivo, accompagna e riflette gli animi dei due interpreti. La musica, le voci delle speakers e dei dibattiti radiofonici attraversano i loro corpi, facendo procedere quella lotta interiore infinita tra ciò che si vuole e ciò che non si vuole mostrare. In balìa del giudizio, della paura, tra le mura di uno spogliatoio qualunque. Eppure, è chiaro: sono corpi desiderosi di aversi, di spaccare tutto, anche gli stereotipi sociali.

Viene da chiedersi qual è stato il momento esatto in cui tutto è cominciato.

Quando è che il gioco è passato a non essere più un gioco.

E chi ha vinto la partita?

C’è mai stata davvero una sfida?

Tra le mani, nessuna risposta.

Resta solo il sapore di un incontro nascosto, a luci rosse.

Un momento intimo, che rimane negli occhi di chi l’ha sbirciato.

E trovare spiegazioni passa in secondo piano: è proprio vero, a teatro si gioca a fare sul serio.

e
Appunti per una comunità che Danza

LAVANDERIA A VAPORE