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ELEGÌA DELLE COSE PERDUTE

progetto, regia e coreografia Stefano Mazzotta
creato con e interpretato da Amina Amici, Simone Zambelli, Damien Camunez, Manuel Martin, Miriam Cinieri, Gabriel Beddoes, Alessio Rundeddu
collaborazione alla drammaturgia Anthony Mathieu, Fabio Chiriatti
partecipazioni speciali al progetto filmico Antonio Piovanelli, Loredana Parrella, Elisa Zedda, Sara Angius
troupe video Massimo Gasole/Illador Film, Damiano Picciau, Alberto Masara, Emanuele Pusceddu
make up Federica Li
vocal coaching Elena Ledda, Simonetta Soro
luci Tommaso Contu
segreteria di produzione Maria Elisa Carzedda
produzione Zerogrammi
coproduzione Tersicorea T Off (It), La meme balle – Avignon (Fr), la Nave del Duende (Sp), Festival Danza Estate (It)
in collaborazione con CASA LUFT, Arca del Tempo, Cooperativa Specus, Comune di Settimo S. Pietro, Comune di Selargius, Comune di Sinnai, Regione Sardegna
con il contributo di INTERCONNESSIONI/Tersicorea, PERIFERIE ARTISTICHE – Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio – Supercinema, Tuscania
con il sostegno di Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le Province di Oristano e Sud Sardegna, Regione Piemonte, Regione Sardegna, MIBAC – Ministero per i beni e le Attività Culturali
Benedetti siano gli istanti e i millimetri e le ombre delle piccole cose. (F. Pessoa)
Il progetto coreografico Elegìa delle cose perdute si ispira a un corollario di letture di matrice prevalentemente esistenzialista e introspettiva, tra le quali emerge in particolare il romanzo I Poveri dello scrittore e storico portoghese Raul Brandao. Il paesaggio evocato da questo riferimento letterario, in bilico tra crudo, aspro, onirico e illusorio, ha la forma della nostalgia, della tedesca Sehnsucht, della memoria come materia che determina la traccia delle nostre radici e identità e, al contempo, la separazione da esse e il sentimento di esilio morale che ne scaturisce: sogno di ritorni impossibili, rabbia di fronte al tempo che annienta, commiato da ciò che è perduto e che ha scandito la mappa del nostro viaggio interiore. Nell’indagine attorno al topos dell’esilio, il desiderio è esplorare, oltre al suo significato geografico, la condizione morale che riguarda chiunque possa sentirsi estraneo al mondo in cui vive, collocandolo in uno stato di sospensione tra passato e futuro, speranza e nostalgia. Il desiderio che questa condizione reca in sé non è tanto l’anelito verso un’eternità immobile, quanto verso genesi sempre nuove e verso un luogo che resta, un luogo dove essa si anima di una rinascita che è materia viva, e aiuta a resistere, a durare, a cambiare; un luogo dove si può andare senza mai arrivare, continuamente, all’infinito.
Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte ciò, ho in me
tutti i sogni del mondo.
(F. Pessoa)
Questa è la storia tragicomica di 7 anime: povere, derelitte, l’humus del mondo (R. Brandao). Abiti logori, dai toni della terra, coprono malamente la pelle livida, cerea al punto che l’ultima luce del tramonto sembra farla risplendere d’oro. Le loro storie, pur differenti nelle forme di esilio cui sono assoggettate, sono accomunate da un medesimo sentimento di vuoto, generato da un’assenza inesorabile e da una contingenza di miseria nera che s’inscrive in un presente senza soluzione di continuità, di una tristezza clownesca e tenera. Di tanto in tanto li accompagna l’eufonia minore di canti semplici e popolari sussurrati al cielo di notte o l’incedere malinconico di un valzer nostalgico. Ciò che resta delle loro azioni, dei loro sforzi inutili è racconto di un sentimento di cose perdute. Tra di loro vive, sospeso sul limitare di questo spazio scenico che ha i colori di una stazione di posta, un poeta il cui nome è Gabirù. Tutto ciò che è per loro confine senza appiglio di uno scoglio, argine, compimento, conclusione, per il poeta è l’iperbole da un qui e ora che è inizio, sconfinamento, invito al viaggio, all’attraversamento, alla metamorfosi.
Dal limitare del presente, le parole di Gabirù muoveranno i compagni di scena oltre il purgatorio della dimenticanza e del rumore, dentro un tempo poetico, silenzioso, non più lontano ma vivibile, transitabile. Una nostalgia di cose mai state, di una piccola patria mai perduta, il luogo di una memoria inventata, un passato, un presente, un futuro pensati sulle figure di questa invenzione.
Le parole e la danza del poeta tracciano l’iperbole verso il riscatto di una terra promessa. Dove si può andare senza mai arrivare attraversando un desiderio, una capriola del pensiero, una spirale del cuore, una siepe-confine di leopardiana memoria, da cui poter contemplare la bellezza disarmante dell’infinito.
La danza altalena tra attese inesorabili e un moltiplicarsi di vettori e direzioni, è vertigine, è abbandono, ha la forma di una tristezza nostalgica che chiede di essere celebrata, di corpi che si fanno paesaggio, forma dello scorrere del tempo, della memoria e della speranza, materie fondanti la vita stessa, che è attraversamento, che è non già possedere ma appartenere. Ed ecco che dentro questa logica di colpo non esiste più miseria o povertà possibile, non esiste più niente che possa essere davvero perduto.
Segua la vita il suo corso splendido. Sa di sogno e di ferro. È tenerezza, disgrazia, disperazione. Ci prende, ci trascina, ci spinge, ci riempie di illusione, ci disperde per ogni angolo del globo. Ci ammacca. Ci solleva. Ci stordisce. Ci protegge. Ci infradicia nello stesso vortice di fango. Ci uccide. Però, anche solo per un momento, ci obbliga a guardare in alto e fino alla fine rimaniamo con gli occhi intontiti. (R. Brandao)
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Data

27 Nov 2020

Ora

9:00 pm

Luogo

Lavanderia a Vapore
Collegno (TO)
Categoria
INFO & BIGLIETTI

In aggiornamento

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